L’ombelico del mondo
Cusco è stata capitale
dell’impero Inca nel suo momento più fiorente, sotto l’imperatore Pachacuteq.
Poi gli spagnoli han vinto la guerra impari contro la civiltà andina e ne han
distrutto i simboli del potere, le straordinarie costruzioni che l’imperatore
aveva fatto realizzare. Pachacuteq era il figlio più illuminato del suo
predecessore Virachocha ed ebbe il merito di unire le tribù sparse nella zona
sotto la propria egida. La comunità dei Chancha è stata sconfitta in guerra, ma
le altre hanno subito il fascino tecnologico e organizzativo degli uomini
guidati da Pachacuteq e si sono aggregati con convinzione pacifica.
Pachacuteq ha fatto costruire
strade e ha sistemato le strutture di potere in città differenti, per creare un
sistema decentralizzato che donasse importanza a molte parti dell’impero, a
Machu Picchu, a Pisac, a Ollantaytambo e a Cusco stessa. Ognuno di questi
centri aveva la propria funzione e le persone vi si recavano nello spirito
della massima efficienza. La fortezza di Sacsayhuamán, alle porte di Cusco, è
stata la testimonianza più imponente dello straordinario livello di sviluppo
raggiunto dalla popolazione Inca. Oggi ne rimane solo una piccola parte, quello
che manca è stato smantellato nell’epoca della Conquista per costruire le
chiese o i palazzi militari del centro storico della città.

Altre testimonianze meglio
conservate si trovano nel Valle Sagrado, la valle del Rio Urubamba, a nord-est
di Cusco. Si tratta di una serie di centri agricoli o religiosi che ancora oggi
mostrano un fascino immutato. A Pisac e a Moray si trovano esempi straordinari
delle famose terrazze inca: si tratta di enormi strutture a gradoni che erano
sistemate lungo le pendici delle montagne e venivano usate per coltivare i
prodotti anche in zone impervie come quelle andine. La differente esposizione
alla luce, inoltre, faceva in modo che i vari piani si trovassero a temperature
diverse e quindi ciascuno maggiormente adatto alla coltivazione di un prodotto piuttosto
che un altro.

Ma il Valle Sagrado è una vetrina
incredibile e contiene anche dei templi dedicati al culto del Sole, ad Ollantaytambo.
Qui è possibile trovare delle tracce
della mitologia andina nella Chackana,
ovvero la croce del sud. Questo simbolo è una specie di scala ripetuta sui quattro
lati di un rombo e al centro è sistemato un cerchio vuoto. I tre gradini della
scala rappresentano i tre livelli della vita andina, ciascuno rappresentato da
un animale: il serpente è il simbolo del mondo inferiore, quello della morte;
il puma rappresenta la vita terrestre; il condor è la forma delle divinità, nel
livello superiore. Ogni evento cosmico è un conflitto di questi tre mondi e il
cerchio, cioè Cusco, cioè l’ombelico del mondo, vuole rappresentare proprio la
ciclicità di queste trasformazioni.
***
Cusco mi suggerisce davvero molti
pensieri cattivi e per quanto possa sembrare esteriormente splendida ed
indimenticabile non mi piace. Trovo che si tratti di un’enorme scenografia,
piena di maschere da commedia dell’arte e piena di orde di turisti che la
profanano, ma lasciandosi saccheggiare a loro volta.
E’ un piccolo paese dei balocchi
circondato da una periferia invisibile e irraggiungibile: il risultato è una
grossa varietà di inconsapevolezza da parte di chi la visita, che non può
arrivare a conoscerla fino in fondo. L’immagine di Cusco è filtrata da questo
insieme di sovrastrutture artificiali e molto moderne che han modificato
l’anima della cultura peruviana più antica. Le strade del centro sono come i
corsi delle capitali europee e offrono ai visitatori un ampio spettro di scelte,
tra multinazionali convenzionali e locali moderni che si ispirano a riferimenti
Inca, ma solo nella tappezzeria più superficiale: il resto sono tavoli, luci
soffuse, musica occidentale e fiumi di alcool. La birra più comune del Perù si
fabbrica proprio qui, la cerveza Cusqueña, e sembra essere l’unico idolo per
una buona parte di peruviani e ospiti stranieri.

Per le strade è un commercio
continuo, tra tiendas di dolci, bevande, empanadas
e spiedini (antichucos) a qualsiasi
ora del giorno e della notte. Altri personaggi camminano un po’ curvi e quando
passano accanto sussurrano “Amigo! Coca, mariuana?” in modo che solo il turista
possa sentire e rispondere; ma chi vende ha già intuito il disinteresse
dell’altro oppure ha semplicemente sentito l’odore della paura e mentre quello
sta rispondendo un timido, “No, gracias”, sta abbordando un altro potenziale
cliente e non si cura più del suo didietro.
Tutto il giorno, fino alla sera
inoltrata – il lavoro dei mercanti di Cusco non ha orari - si assiste all’esibizione degli uomini delle
agenzie di viaggio, o dei camerieri dei ristoranti o delle massaggiatrici. Ed
in mezzo a questo universo di persone che spiano in alto alla ricerca di affari
c’è un esercito parallelo di occhi che invece guardano in basso alla ricerca di
scarpe sporche: sono i lustrini, che portano con sé una spazzola umida e un
supporto di legno dove il piede va a posarsi; sono perlopiù ragazzini, ma non
fanno buoni affari e le scarpe sporche scappano via quasi sempre, e senza
neanche fermarsi un attimo continuano il frettoloso cammino.
***
Luoghi meno familiari ma più
sinceri si trovano nella periferia.
L’Associacion Civil “GiordanoLiva” di Cusco è uno di questi posti. Si occupa di un
jardin dell’infanzia e di un centro culturale che funziona nel
pomeriggio, quando l’asilo è chiuso. Si trova nel
barrio di Zarzuela, uno dei quartieri brutti di Cusco, sulle
pendici dei colli che circondano la città. Di notte questi quartieri più alti
regalano un insolito e straordinario spettacolo di luci, quelle azzurre dei
neon negli interni delle case, e quelle arancione dei lampioni: mescolate tra
loro trasformano la città in un gigantesco albero di Natale.
L’asilo si trova sulla sommità di
una strada in salita ed appare come un piccolo arcobaleno nel bel mezzo di un
ambiente altrimenti piuttosto grigio. Le aule, il piccolo cortile sono decorati
con disegni coloratissimi realizzati dai volontari in visita, e sono realmente
dei motivi di allegria. Si trovano riferimenti alle origini andine dei bimbi
oppure delle illustrazioni piene di ispirazione che invitano alla fratellanza,
al rispetto delle altre culture e alla preservazione dell’ambiente dai pericoli
che lo minacciano.

In questo periodo i bimbi sono in
vacanza ed allora ho potuto fare esperienza solo del progetto pomeridiano. Qui
arrivano i ragazzini del quartiere, in età da scuola primaria o secondaria, e
vengono un po’ a giocare o a completare i propri compiti (tareas) oppure semplicemente a prendere in giro los professores, Percy, Jordi e Sergio. Le
ragazze, Alice, Irene e Laura si occupano, invece, di insegnare ai bimbi
dell’asilo durante la mattina: in questi
giorni di pausa si sono riunite nella casa dei volontari, lavorando ad un
grande pannello di compensato che servirà ad accogliere le foto dei ragazzi che
hanno aiutato l’associazione in questi anni e quelli che lo faranno in futuro.
Le ragazze sono molto brave e han dipinto una torre di Pisa con la testa in
giù, una immagine di Machu Picchu e poi le cartine di Italia e Perù, per
simboleggiare nel modo più immediato questa collaborazione prolifica, questo
legame di pace.

Percy è il responsabile della
struttura ed è un gran giocherellone e i bambini ne vanno pazzi e gli saltano
addosso per farsi strizzare o solleticare, anche solo per farsi prendere in
giro. Lavora molto, si sveglia presto e fa tante cose per il progetto. Ogni
pomeriggio arriva con un sacco di mele che verranno distribuite ai bimbi come refresco, prima di andare via. In questi
giorni di vacanza i bambini si sono distribuiti in due gruppi spontanei, alcuni
guardando una pellicula nella stanza
grande, gli altri aiutando Sergio e Percy a sistemare le crepe con il silicone,
a spazzare via la polvere dai pavimenti di legno, oppure semplicemente sporcano
di più.
Un giorno Percy ci ha detto che
il venerdì avremmo fatto un’opera di pulizia importante e ci aveva convocato
per la mattina. Tutto il lavoro pareva semplice da terminare: spazzare, lavare,
passare del petrolio sulle assi di legno per preservarle dai danni dovuti alla
polvere. Questo semplice proposito non teneva conto di una porta chiusa che non
avevo prima notato. “Sì, beh, oggi svuotiamo il ripostiglio”, ci disse Percy
aprendo il vano misterioso.
E si spalancò davanti a noi un
universo di oggetti sconosciuti, barattoli di vernice vuoti, palloni, tubi di
plastica, vecchi compiti degli studenti e altre cose che non avevano realmente
un nome proprio se non quello di spazzatura (bassura). E furono quindici sacchi di immondizia e sei intossicazioni
da petrolio o da polvere.
Solo i successivi bicchieri di
Pisco Sour*, che Percy preparò per il pranzo, ci impedirono di ripensare all’inganno
subito.
*il Pisco Sour è il cocktail
peruciano più popolare: è una specie di grappa (il pisco) mescolata al bianco
dell’uovo, al limone, allo zucchero e al ghiaccio.
***
Un altro mercato molto speciale è
il Baratillo (baratto vuol dire economico) e opera solo durante il sabato. Jordi
doveva comprare delle calamite per realizzare un piccolo esperimento con i
ragazzi, una specie di treno a levitazione magnetica. Io sono andato a
comprarci qualche souvenir e per visitare un luogo diverso. Jordi mi aveva
avvertito di lasciare a casa ogni valore, il telefono, la macchina fotografica
e se possibile anche il passaporto. Ero uscito, allora, solo con alcune
banconote che tenevo nascoste e la curiosità di osservarmi intorno. Il mercato
era molto grande e a malapena si trovava spazio per camminare.
I magneti che Jordi cercava erano
presi dagli altoparlanti vecchi e molti venditori li distribuivano, nascosti
tra altre cianfrusaglie e pezzi usati. Anche in questo mercato pareva che le
cose fossero ordinate in maniera precisa e la maggior parte dei venditori
vicini vendevano cose simili. Così l’abbigliamento era concentrato in due
traverse parallele, il cibo in altre ancora. C’erano anche venditori ambulanti
tra gli ambulanti, che vendevano zucchero di canna estratto sul momento, oppure
spicchi di ananas (piña) oppure churrios, delle specie di saporitissimi biscotti fritti. Al mercato baratillo ci vanno pochi turisti,
perché è lontano e non è noto alla maggior parte degli estranei. La mia contingenza
di straniero è stata apprezzata così da molti tipi anonimi, che hanno cercato
di salutarmi sfiorandomi le tasche già vuote e rivolgendosi immediatamente alle
prime bancarelle per depistare la mia attenzione curiosa e ancora incosciente, la
stessa dell’uomo che sente un ronzio nell’orecchio ma non vede la zanzara.

***
Cusco è una città abbastanza
grande da non potersi muovere a piedi verso questi luoghi più periferici; per
raggiungerli, allora, si ricorre ai taxi o ai bus cittadini. Questi ultimi
vengono chiamati collectivos e sono
delle specie di vecchi furgoncini Volkswagen adattati per l’occasione, nei
quali i sedili sono ricavati in maniera miracolosa ed occupano spazi
inesistenti. Sulle pareti, sul tetto, sono fissati dei tubi di metallo per
permettere a chi sta in piedi di tenersi, anche se di solito chi sta in piedi è
costretto a guardare in basso e a poggiare la nuca sul soffitto perché l’ambiente
è molto angusto. Se l’autista guida, come capita a quelli che fanno il suo
mestiere, c’è un altro impiegato dell’agenzia di trasporto che si occupa di
controllare gli ingressi e staziona nelle vicinanze della porta dell’autobus; in
genere si tratta di ragazzini di dodici o quindici anni che raccolgono anche i
soldi dei biglietti, aprono o chiudono l’accesso e quando sono nelle vicinanze
di una fermata, urlano una incomprensibile cantilena di nomi che corrispondono
alle zone dove si andrà a parare (ma per fortuna le destinazioni del bus sono
scritte anche su un pannello dietro al parabrezza). La stessa fermata del collectivo diventa un momento di
nervosismo tangibile e di frenesia ingiustificata. Il ragazzo comincia a
gridare “Baja, baja, baja!” invitando la gente a scendere con gesti insofferenti
e quando ancora gli ultimi si stanno affrettando a farlo, subito quello ricomincia
con la sua litania “Sube, sube, sube!”, o “Adelante, adelante, adelante!”per spingere
i nuovi arrivati verso i posti posteriori. L’ultimo passeggero ha appena messo
piede a bordo e il ragazzo è ancora sul ciglio della strada quando urla all’autista
di ripartire e si aggrappa al volo alle maniglie esterne del bus: con la porta
ancora aperta, il corpo in equilibrio e la faccia al vento, il ragazzo si nutre
di un momentaneo delirio di onnipotenza.

***
Machu Picchu
Ci sono posti facili da
raggiungere e altri che non lo sono affatto. Ci sono però anche dei luoghi
speciali che sono entrambe le cose. Machu Picchu è un santuario inca, il luogo
probabilmente più visitato del Sud America: rappresenta la meta obbligata della
maggior parte dei turisti e di altri speciali personaggi che fondano la propria
vita sul misticismo e credono che le pietre del tempio possiedano dei poteri e
un carico di energia spirituale.
La maggior parte di questi
visitatori sfrutta una cammino diretto, da Cusco, viaggiando in treni rapidi
che tagliano le montagne e arrivano in poco più di tre ore nel paesino di Aguas
Calientes, l’ultimo rifugio prima di tentare la salita (tentare la salita in un
comodo bus) verso la cima della montagna su cui si ergono le famose rovine.
Ma la Bibbia, come sapete, dice
che non sempre la strada più breve è anche quella migliore (e la Bibbia nemmeno
fa riferimento alle tariffe dei vari cammini che sarebbe poi un altro parametro,
più moderno, di valutazione) e dunque altri viaggiatori più volenterosi si
avventurano lungo una via certamente più tortuosa, ma anche molto spettacolare.
Questa seconda rotta fa un giro largo dietro le montagne e sfrutta l’azione inconsulta
dei piloti di autobus che si muovono spericolati in mezzo a questi tornanti non
ancora asfaltati e ne sfiorano l’orlo senza barriere immediatamente prima del
precipizio. Il tragitto dura circa sette ore e termina nelle vicinanze di una
centrale idroelettrica.

Da qui si procede a piedi (o con un tram che passa una sola
volta al giorno) costeggiando una vecchia ferrovia e un piccolo fiume. La
vegetazione è molto più varia in questa zona, principalmente perché l’altitudine
è più bassa (circa duemila e cinquecento metri contro i tremila e cinquecento
di Cusco) e si vedono già degli esemplari da selva amazzonica, delle piante a
foglie larghe, dei piccoli banani. La passeggiata è molto bella e aiuta a
dimenticare gli autobus e i treni e tutto il resto, almeno fino ad Aguas
Calientes, dove tutto ciò che si era perso si ritrova e le due strade così
diverse si ricongiungono: da quel momento tutti gli uomini diventano uguali,
vanno a dormire in albergo e aspettano l’alba del giorno dopo, quando insieme
percorreranno lo stesso arduo sentiero fino alla cima irraggiungibile.
Lì troveranno Machu Picchu, dove
ho scattato trenta foto tutte uguali, pensando sempre di trovarmi di fronte al
posto più fotogenico del mondo.
Ma davvero volete che vi parli di
Machu Picchu?
***